testo di: dr. Isabella Reale

La mano è lo strumento primo attraverso il quale l’uomo agisce nel mondo e sul mondo, il suo principale strumento di esplorazione, di azione e anche di espressione, e in quanto parte del proprio corpo, di sé, è quindi anche tramite di quello che è il suo mondo interiore, del suo sentire: da qui dunque deduciamo che la mano rimanda non solo a un corpo, ma anche a un pensiero, una correlazione del resto chiaramente intuita da Anassagora, il pensatore che ha gettato le premesse alla scienza e alla filosofia del nostro mondo occidentale, in un suo lapidario e illuminante frammento: «l’uomo è il più sapiente dei viventi perchè ha le mani». E se gli antichi maestri hanno parlato di «mano oculata», intendendo la mano anche come prolungamento dell’occhio, terminale sensibile del nostro apparato sensoriale e strumento per disegnare il mondo e quindi conoscerlo e farne parte, ora la scienza in base ai processi neuro-fisiologici basati sull’interazione tra mano e cervello, ci insegna che le attività manuali, un tempo considerate inferiori rispetto a quelle intellettive, sviluppano aree cerebrali che altrimenti sarebbero sopite.  Appurato dunque che l’intelligenza umana passa necessariamente attraverso l’abilità della mano, asse strategico anche per la nostra sensibilità, che un lungo affinamento tecnico mette in connessione direttamente con cervello e cuore, chi meglio dell’artista può averne piena cognizione e mettere in pratica tutto ciò? Ai suoi occhi la mano assume anche ulteriori significati, pensando che ai primordi stessi dell’immagine è la mano a generare la prima consapevole impronta, il segno stesso dell’uomo e del singolo individuo, e come soggetto è anche la prima parte del corpo che l’artista impara a disegnare dal vero nel suo lungo apprendistato. La mano che regge il pennello, o il bulino, o lo scalpello, il compasso, contrassegna orgogliosamente i tanti autoritratti in cui l’artista in posa raffigura se stesso come creatore. Infiniti esempi nella storia dell’arte ci supportano inoltre nell’assegnare all’atteggiamento posturale della mano un ruolo fondamentale ai fini della piena comprensione dell’opera, forse ancora più rivelatoria dell’espressione stessa dei volti, rendendo espliciti atteggiamenti e azioni, favorendo una più profonda comunicazione tra opera d’arte e spettatore. Ecco dunque la mano benedicente, la mano che prega, la mano che impugna un’arma, che indica, che conta, che offre, che afferra, e la mano che trasmette l’impulso creatore, dettagli che diventano spesso punto focale di un’opera d’arte.Nel processo di trasfigurazione lirica della realtà, messo in atto nel suo disegno del mondo da Safet Zec, la rappresentazione degli oggetti ingloba da subito anche il suo mondo interiore, la sfera emozionale e memoriale dell’artista, penetrando la realtà nella sua intima essenza: e al centro del mondo disegnato, inciso o dipinto, nel corso della sua vicenda creativa, di fatto c’è sempre l’uomo, anche quando questo è totalmente assente dal quadro, quando non compare in figura, cosa che contraddistingue molte delle sue opere. Il suo volto, il suo sembiante in effetti non è essenziale, in quanto dell’uomo parlano eloquentemente le sue stanze, le sue finestre sul mondo, le credenze, i letti sfatti, gli abiti, i tavoli ingombri di oggetti del suo lavoro o di oggetti più quotidiani, come il suo pane: sfilano così uno dopo l’altro, davanti a noi,  tutti i suoi ricordi, e tutti questi spazi vibranti di luce, che siano nature morte o paesaggi, è chiaro che parlano dell’uomo che qui fino a poco fa era presente, nella sua quotidianità, ed è la sua assenza-presenza a dare senso alle tematiche raffigurate. Così queste mani, che costituiscono di fatto il tema conduttore della mostra, l’elemento iconico forte, stanno a significare l’uomo stesso, sono il risultato di quel processo di proiezione di una visione interiorizzata che si manifesta dunque nella fissazione di una personale iconografia ricca di rimandi simbolici ma mai astrattizzante, intellettualistica, bensi concentrata sugli universali. Safet Zec va parlando e raccontando di sè con un linguaggio figurativo umanissimo attraverso le immagini del quotidiano, certo filtrate dal proprio vissuto e cariche di valenze culturali, di personali riferimenti storici, e si pensi in particolare alla presenza trasfigurate della luce di Rembrandt che non descrive ma rivela e chiarifica, dissipando dal velo della memoria, dalle penombre profonde, quella che è la traccia della vita dell’uomo nel suo significato più vero, più eterno e universale.Le prime mani di Safet Zec che ho visto sono quelle incise nei primi anni del 2000 ad acquaforte e puntasecca, e ceramolle, nella stamperia udinese di Corrado Albicocco, mani congiunte in preghiera, mani dai palmi aperti, anch’esse oranti, mani che coprono i volti, disperate, mani che si staccano dal viso alzandosi verso l’alto, verso la luce, imploranti o rapite, o che si offrono ai nostri occhi quasi a interrogarci su cosa queste stesse mani  abbiano fatto nel mondo. Sono mani vere, corrugate, con le vene affioranti, tracciate con un segno simografico palpitante di luce. Ora la sequenza tematica qui presentata offre anche una significante esemplificazione di gesti, atteggiamenti, situazioni: in realtà queste opere non si possono definire, come a prima vista potrebbe apparire, dei frammenti, degli studi, o parti di più ampie figurazioni, non meno peraltro di quanto opere di maggiori dimensioni e di più compiuta presenza figurativa non siano in realtà parte di un più ampio ciclo pittorico o disegnativo, pensando al modo di operare, oggi più che mai, dell’artista. Safet Zec ha sempre focalizzato precisi ambiti tematici all’interno della sua poetica figurativa, esplicitandoli in vere sequenze e variazioni, e in tempi più recenti e in precise occasioni espositive ha avuto modo di ampliare anche a livello dimensionale i suoi formati, fino all‘intera parete: pensiamo agli ultimi cicli pittorici come la serie degli Abbracci, che danno il titolo alla mostra in corso fino a ottobre a Venezia, in concomitanza con la Biennale Internazionale d‘Arte, presso la Chiesa di Santa Maria della Pietà, la chiesa di Vivaldi ma anche luogo votato da secoli all’assistenza all’infanzia abbandonata. Nella mostra veneziana compaiono molti soggetti come appunto studi di mani, affini a paralleli alle opere qui presentate, presenze dove il corpi sofferti, rigati di sangue e avvolti dai bianchi sudari, sono sorretti dalle braccia amorose della madre, dell’amato, offrendo come scrive in catalogo Giandomenico Romanelli, la versione più strettamente contemporanea dell’iconografia del Compianto o della Pietà, che si sostanzia in un ciclo pittorico dedicato ad Admira e Bosko, i due ventenni innamorati, di etnia diversa, che tentarono di sfuggire all‘assedio di Sarajevo e vennero abbattuti dai cecchini sul ponte Vrbanja, e lì lasciati per sette giorni e sette notti, stretti nel loro ultimo abbraccio di amore e morte, sotto gli occhi dell’intera umanità. Ancora, pensiamo al grande ciclo in mostra fino a tutto settembre sulle pareti della Chiesa di S. Francesco Saverio del Caravita a Roma, dove il tema biblico dell’Esodo si rinnova in un drammatico e corale ultimo abbraccio d’addio, e dove i singoli corpi, e i gruppi, vengono a comporre una grande unica opera, fatta di più parti e scene che potrebbero moltiplicarsi all’infinito, un‘opera dedicata all’emigrazione dei popoli, allo sradicamento dai propri luoghi, un Esodo che si rinnova e si consuma periodicamente e tragicamente sotto i nostri occhi, e che l’artista ha tragicamente sperimentato su di sè e sui suoi, nel 1992 a Sarajevo.Ecco dunque profilarsi nel più recente modus operandi di Zec Safet l’idea di una sorta di unica, grande, epica, opera aperta, intesa come un continuum fluire di figure, di gesti, di dettagli che in se riassumono e significano la parte di un tutto (pars pro toto): possiamo certo pensarle come studi, abbozzi, ricerca del particolare, pur tuttavia queste singole opere, anche di piccola dimensione, vivono della stessa materia dei suoi quadri „finiti“ di maggior dimensione, sono modellate con lo stesso segno nervoso, vero sismografo dei moti dell’animo, e ci appaiono avvolte dalla stessa luce che materializza le forme tra panneggi, ombre, sullo stesso unico fondo indistinto, fatto di bruni, collage di giornali dove la cronaca dei titoli è quella contemporanea, e il tempo sospeso del racconto pittorico viene dunque a calarsi nella nostra diretta esperienza esistenziale.E attraverso queste mani si declinano infinite le azioni dell‘uomo, formando dunque un piccolo compendio della poetica dell’artista: mani che cercano un contatto, tese a percepire l’altro -da- sé, mani che stringono il pane, mani che abbracciano un altro corpo, mani che un piccolo cerchio dorato ci segnalano come vincolate da un giuramento di eterna fedeltà, da un legame famigliare. Sotto i nostri occhi viene dunque a comporsi una scelta di opere che ci invita a concentrare la nostra attenzione, sollecitando le nostre emozioni, parlando un linguaggio universale, attuale, perpetuando come una eco risonante, un messaggio di pace, di unione, di vicinanza.In questa presenza, sotto l’egida della galleria La Piazzetta di Marco Codognotto, in virtù di un rapporto ormai decennale con l‘artista, c’è anche la consuetudine di grande affinità che lega  Safet Zec alla città di Udine che l’ha accolto profugo da Sarajevo, con la solidarietà e l’affetto di chi, come la gente di questa terra di confine, conosce da vicino il dramma dell’Esodo, e dove il confine orientale un tempo rigido e oggi fialmente aperto, non ha mai in realtà spezzato legami storici e affinità o addirittura comunanza di lingue. Qui a Udine l‘artista continua a tornare e a lavorare, come lui stesso ha affermato, come in una sua seconda casa, ora che la sua opera può finalmente esprimersi e mostrarsi liberamente ovunque, testimoniando i segni di una tragedia, di un conflitto come una recente ferita scoperta, e contemporaneamente anche la bellezza, la tenerezza, gli affetti, e proprio per questo oggi ancora più toccante nella sua missione, di comunicare, stringere mani, “toccare“ con queste sue opere, anche  il cuore e l’anima.


Dal 28 giugno al 13 ottobre 2019 i Musei provinciali di Gorizia presentano a Palazzo Attems Petzenstein la mostra Oscura camera (1969-2018) di Sergio Scabar (Ronchi dei Legionari, 1946), organizzata da Erpac (Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia) e a cura di Guido Cecere e Alessandro Quinzi.

La mostra è la prima antologica in Italia dedicata a Sergio Scabar, artista che ha fatto dello scatto un vero strumento di riflessione e di indagine. Autodidatta, Scabar è divenuto noto per l’originalità de Il teatro delle cose del 1999, lavoro che ha segnato la sua svolta stilistica votata a una ricerca poetica incentrata sull’essenzialità degli oggetti e delle loro forme. Il percorso espositivo è composto da quasi 300 fotografie e si sviluppa seguendo l’andamento cronologico del lavoro di Scabar, distinguibile in due fasi: una prima en plein air, del genere del Reportage, e una successiva più sperimentale e riflessiva, che dagli anni Novanta in poi ha definito la sua cifra artistica. Nel Reportage, è la particolare sensibilità del suo sguardo a creare sistemi seriali di immagini dove l’inquadratura rimane fissa e sono gli oggetti e le persone a scorrere davanti all’obiettivo. Ne sono un importante esempio le 50 fotografie, contrassegnate da una forte impronta testimoniale, di Interno di un interno di un ospedale psichiatrico, che Scabar ha scattato nel 1976 all’interno dell’ospedale psichiatrico di Gorizia e alle quali è dedicata un’intera sala in mostra.

La serie dedicata agli “oggetti quotidiani” del 1986 può invece considerarsi un’anticipazione del cambio di modalità operativa di Scabar: se fino a quel momento infatti l’artista si muove con riprese in esterno, prediligendo ampi spazi e la luce naturale – come nella serie dedicata a Trieste e ai manifesti pubblicitari – successivamente sono i dettagli “macro” ad attirare la sua attenzione. La sua produzione artistica si fa sempre più concettuale, arrivando a concentrarsi sul valore del “taglio” nella fotografia, inteso sia come inquadratura nel momento della ripresa sia come ritaglio materiale, a posteriori, della stampa fotografica. Scabar si concentra soprattutto sull’aspetto materico dei soggetti, indagati sia in bianco nero che a colori, con una serie di Still Life su cui agisce quella che lui chiama filosofia del “silenzio di luce” per significare la condizione di tenue illuminazione delle sue opere. Dalla fine degli anni Novanta, la Natura Morta diventa l’asse portante della sua produzione. Proprio con Il teatro delle cose Scabar mette a punto, dopo anni di sperimentazioni, una particolare tecnica di ripresa e stampa “alchemica” che gli consente di ottenere, sempre in esemplari unici, dei risultati molto particolari in termini di tonalità opache scure, nell’area cromatica fra il testa di moro e il nero, che sono diventati il suo inconfondibile segno distintivo. Questa tematica si avvale di una ricerca di formati al di fuori degli standard, come dimostrano le cornici stesse delle fotografie, manufatti artigianali realizzati sempre dallo stesso Scabar a compendio, supporto, propaggine dell’immagine raffigurata. Gli oggetti che l’artista dispone con meticolosità di fronte alla fotocamera possono essere singoli, in coppia, oppure composti in gruppo. Appartengono all’utensileria da cucina, al mondo delle arti e mestieri, agli strumenti del fotografo d’altri tempi, alla grande famiglia della stampa e dei libri antichi e una serie alquanto recente, del 2017, è dedicata tutta a vegetali e ortaggi. Le bottiglie e gli oggetti in vetro, per la loro particolare reattività alla luce, anche se fioca, sono fra i suoi soggetti preferiti, ma in generale sono le forme e i contorni a imporsi per semplice e lineare eleganza. Il variegato campionario di invenzioni ideate dal fotografo invita a una riflessione sulla caducità delle cose. L’uso analitico della macchina, che combina immagini del tutto moderne e legate alla quotidianità a un sentire quasi sacrale, crea un equilibrio che attribuisce forza e continuità alla sua opera.





La mostra espone oltre ottanta opere di Tullio Crali (Igalo 1910 – Milano 2000), noto in Italia e nel mondo soprattutto per la sua bravura di aeropittore, ultimo, coerente e irriducibile futurista. Tra le opere esposte brilla l’unica opera di provenienza pubblica, Prima che s’apra il paracadute (1939), che giunge dal Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine, scelto dal Guggenheim Museum di New York, tempio dell’arte contemporanea, tra i 300 piu’ importanti dipinti futuristi italiani, quale immagine di copertina al catalogo della piu’ grande mostra internazionale sul Futurismo mai realizzata “Italian Futurism 1909-1944 : Reconstructing the Universe”. Sarà esposto in mostra anche un dipinto inedito di Giacomo Balla, acquistato da Crali direttamente dall’autore, “il solo quadro che io abbia mai comperato, sia perché non sono un collezionista sia perché mai ho chiesto un dono agli amici pittori”, come racconta Crali stesso in “Una vita per il Futurismo. Tra scossoni e vuoti alla ricerca di quota”. Per la parte documentale saranno esposti numerosi documenti, riviste, cataloghi di mostre futuriste del tempo, libri d’epoca e i famosi “ manifesti” a stampa, di cui Marinetti, geniale e generoso capo del Futurismo, si servì ampiamente per far conoscere in forma dinamica e crescente le linee guida e la visione arte-vita del movimento. Fra le opere che più incisero sul linguaggio artistico italiano e non solo, si vuole citare Pittura scultura futuriste di Umberto Boccioni, Zang Tumb Tumb e Uccidiamo il chiaro di luna di Marinetti e L’arte dei rumori di Luigi Russolo, oltre ad alcune opere a stampa di quel vero mago della pubblicità che fu Fortunato Depero.